PEOPLE USING THE LANDSCAPE #4

Nella categoria “People using the landscape” raccoglierò i posts e gli articoli che parlano delle attività ricreative e sportive, svolte all’aria aperta, praticate oggi in Puglia e in Basilicata. L’approccio fotografico che ho scelto è il ritratto, per avere maggiori informazioni “visive” sul soggetto fotografato. L’idea è quella di poter costruire un “catalogo” dei diversi modi di relazionarsi fisicamente con il paesaggio.

14 Maggio 2012, ore 15:00
“Lido S.Francesco alla Rena”, Bari.

S.FERDINANDO – LUNGO L’OFANTO #2

L’Ofanto è il fiume principale della Puglia, questo è noto a tutti sin dalle scuole elementari. Tutte le volte che da Bari ci dirigiamo, in autostrada, verso Nord, ad un certo punto, passandovi sopra, gli lanciamo rapidamente un’occhiata. La maggior parte dei pugliesi, me compreso, conosce l’Ofanto solo attraverso questi sguardi. Spinto dalla curiosità di incontrare più da vicino questo “sconosciuto”, negli articoli dal titolo “Lungo l’Ofanto” documenterò, attraverso immagini fotografiche, alcuni luoghi lungo l’alveo del fiume e nelle immediate vicinanze, con l’obiettivo di presentare degli “appunti visivi sul paesaggio ofantino” e alcuni spunti di riflessione.

Cava di Cafiero, San Ferdinando di Puglia.
La “Cava di Cafiero” si trova a qualche chilometro dall’abitato di San Ferdinando di Puglia, in contrada San Samuele. Il suo toponimo deriva da una nobile famiglia di Barletta, originaria della provincia di Napoli, che un tempo deteneva la proprietà di queste terre. In questa cava, fino a trent’anni fa, si estraeva calcare. Qui affiora, infatti, l’ultimo lembo di roccia carbonatica della Murgia che più a Nord lascia spazio a rocce più tenere e ai depositi alluvionali del tavoliere. L’edificio che ho fotografato è una torre di separazione costruita agli inizi del ‘900, che separava per caduta gli inerti in base alla granulometria. L’area della cava, che dista solo centocinquanta metri dall’alveo del fiume, è morfologicamente sopraelevata rispetto ai territori circostanti, per questo rappresenta un punto privilegiato di osservazione del paesaggio della valle. Per diverso tempo, dopo la chiusura delle attività estrattive, la cava è stata trasformata in un luogo di abbandono illegale di rifiuti, soprattutto inerti, ma anche di altro tipo. Per fortuna, in tempi recenti, grazie agli sforzi della Regione Puglia e del Comune di San Ferdinando, l’area è stata recuperata e bonificata. Sono stati realizzati diversi interventi di ripristino e rinaturalizzazione della cava, oltre che di miglioramento della fruibilità dell’area (ulteriori progetti di valorizzazione sono previsti e saranno realizzati in un prossimo futuro). La cava, oggi, ricade interamente nell’area protetta SIC “Valle dell’Ofanto” e al suo interno hanno trovato un habitat favorevole diverse specie botaniche, alcune delle quali di rilevante valore conservazionistico. L’area è diventata una vera e propria oasi naturalistica con funzione, oltre che ecologico-ambientale, anche ricreativa.

Come ho già detto in precedenza, l’Ofanto dista dalla cava solo centocinquanta metri. L’“Aufidus”, in questo tratto della valle, scorre leggermente incassato tra pareti non troppo alte. A differenza del tratto di fiume di cui vi ho parlato nel “post” precedente, qui il bosco ripariale è quasi del tutto assente. I campi coltivati si estendono fino a pochi passi dalla riva, che in alcuni tratti è quasi completamente priva di vegetazione. Rimango fermo, per qualche minuto, a guardare il fiume. Quando rientro in auto è già sera.

EX CAVA DI MASO – BARI

Un cratere rettangolare e profondo scavato nel calcare di Bari, al centro del quartiere S.Rita, così appare oggi, la Cava di Maso. Sono le sette di mattina e il sole non è ancora sorto. I lampioni sono accesi, l’aria è fredda e per strada poche auto si muovono verso il lavoro. Riqualificata in tempi non troppo lontani, la cava ha funzionato come parco urbano fino al ventritre ottobre 2005, giorno in cui l’ultima grande alluvione nella storia della città ha colpito Bari. Quel giorno le acque del torrente Picone, in piena per delle precipitazioni di intensità straordinaria, riempirono letteralmente la cava, allagandola gradualmente e ricoprendo definitivamente con il fango i campetti da calcio, gli spogliatoi, il palco e tutte le altre strutture sul fondo della cava. Bari ha drammaticamente ricordato di essere una città ad alto rischio idrogeologico. Il Torrente Picone è una delle tipiche “Lame” del versante orientale delle Murge, solchi torrentizi di origine carsica che dal gradone murgiano sfociano verso l’adriatico. Nelle lame, solitamente asciutte, scorre acqua solo in corrispondenza di eventi piovosi molto abbondanti. Cava di Maso è posizionata in prossimità dell’alveo del torrente Picone, questo è il motivo per cui nel 2005 si è allagata. Le acque di piena di questo torrente infatti, giunte in territorio barese, lambiscono l’abitato di Carbonara (nei pressi del quale si trova la cava), per poi essere deviate da un canale collettore (costruito dopo la grande alluvione del 1926) e sfociare in mare in corrispondenza del quartiere San Girolamo. L’acqua ha occupato la depressione artificiale con molta facilità anche perché non c’era un adeguato argine di protezione a separare la cava dalla lama (argine che in seguito alla alluvione è stato costruito). Mi risulta difficile, adesso che mi trovo a pochi metri dal margine dell cava, immaginarla colma d’acqua. Per gli abitanti del quartiere sarà stato uno spettacolo scioccante. Nel corso della stessa alluvione che distrusse il parco urbano di Cava di Maso hanno trovato tragicamente la morte sei persone. Le prime cinque per il cedimento di un rilevato stradale sulla provinciale tra Cassano e Bitetto e l’ultima travolta, con la sua auto, dalla piena nella Lama San Giorgio, a sud di Bari. Sempre in quei giorni, nel territorio tra Acquaviva e Sannicandro, un ponte ferroviario è crollato durante il passaggio di un Eurostar; per fortuna ci sono stati solo ventidue feriti. Ingenti sono stati i danni alle abitazioni, alle vie di comunicazione e alla rete elettrica in diversi comuni della provincia di Bari. Sono passati sette anni dalla piena del torrente e dieci minuti da quando sono arrivato. Il sole è finalmente sorto e fa meno freddo, le strade iniziano ad essere più trafficate, è tempo di tornare a casa.
Alcune immagini dell’alluvione:
http://www.ambienteambienti.com/wp-content/uploads/2011/11/alluvione-bari-ottobre-2005.jpg http://www.ba2015.org/portal/pls/portal/docs/1/32170.JPG



CERIGNOLA – LUNGO L’OFANTO #1

L’Ofanto è il fiume principale della Puglia, questo è noto a tutti sin dalle scuole elementari. Tutte le  volte che da Bari ci dirigiamo, in autostrada, verso Nord, ad un certo punto, passandovi sopra, gli lanciamo rapidamente un’occhiata. La maggior parte dei pugliesi, me compreso, conosce l’Ofanto solo attraverso questi sguardi. Spinto dalla curiosità di incontrare più da vicino questo “sconosciuto”, negli articoli dal titolo “Lungo l’Ofanto” documenterò, attraverso immagini fotografiche, alcuni luoghi lungo l’alveo del fiume e nelle immediate vicinanze, con l’obiettivo di presentare degli “appunti visivi sul paesaggio ofantino” e alcuni spunti di riflessione.

L’Ofanto presso Ripalta (Cerignola). Ho scoperto il Santuario di Ripalta incuriosito da una piccola croce sulla cartina geografica della Puglia appesa al muro della mia camera. Una croce con su scritto “Madonna di Ripalta”. Il Santuario sorge sulla sponda sinistra dell’Ofanto, a nove Km dall’abitato di Cerignola, su una collina che incombe con ripido pendio direttamente sul fiume. L’ho visitato per la prima volta poco tempo fa. A cinque minuti di strada dall’uscita del casello “Cerignola Ovest” parcheggio l’auto, nei pressi di una masseria, di fronte ad un cancello di metallo nero. Uscito dall’auto vengo rapidamente accolto da un forte odore di letame e dall’abbaiare di un cane.  A cinquanta metri di distanza dalla masseria c’è il Santuario. La Madonna di Ripalta è la Santa Protettrice di Cerignola. Per sei mesi l’anno, all’interno della chiesa viene conservato un dipinto in stile bizantino raffigurante una Madonna con Bambino. La leggenda narra che il dipinto sia stato trovato, nel 1172, da alcuni ladri nella vicina boscaglia e che, in seguito ad una disputa accesasi tra gli abitanti di Cerignola e quelli della vicina Canosa, il dipinto sia stato posizionato su un carro trainato da buoi  lasciato, senza guidatore, al bivio tra le due città. Sapete già come è andata a finire e in che direzione siano andati i buoi. La vista dal Santuario è stupenda. Una boscaglia serpeggiante di pioppi bianchi, olmi e salici definisce l’andamento attuale del fiume. Le anse profonde e lente prendono forma nella campagna coltivata, suddivisa in quadrilateri, e punteggiata qua e là di qualche villetta bianca. Si vedono lontane Canosa, sulla sua collina, e Minervino con le sue torri eoliche, sulle Murge. Verso valle una serie di dirupi aridi e verticali cingono il corso del fiume.  Sono scarpate di erosione fluviale dagli orli irregolari e fragili, pendi di sabbie argillose e arenarie solcati dagli agenti esogeni e modellati dalle frane. Uno spettacolo drammatico e affascinante allo stesso tempo.

Non è facile arrivare giù (può essere molto pericoloso se non si conosce il luogo). Tutta la superficie attorno al santuario è recintata. In qualche modo, seguendo il percorso che utilizzano i pastori, riesco a scendere. Nel silenzio il rumore dello scorrere dell’acqua è costante e rapido, intervallato ogni tanto solo dalla campana del Santuario che rintocca automatica sulla valle. Che luogo è Ripalta! Chissà come sarà tra vent’anni!

INVASI ARTIFICIALI INUTILIZZATI – ALTA MURGIA

All’inizio degli anni ’90, sul fondo di alcune lame del costone murgiano, nei territori di Altamura, Gravina, Poggiorsini e Spinazzola, furono costruiti quattro invasi artificiali in cemento armato. Assieme a questi, furono realizzate numerose altre opere, idrauliche e non, tra le quali: pozzi profondi per la captazione delle acque nel periodo estivo (4 in totale, uno per ciascun invaso); 40 km di canali in calcestruzzo armato; centinaia di briglie, strade, ponti  ed un parco eolico costituito da tre torri con turbine che avrebbero dovuto provvedere all’alimentazione elettrica dei pozzi stessi. Queste opere, per le quali furono stanziati 67 miliardi di fondi pubblici, furono costruite in funzione della realizzazione, mai avvenuta, di una grande diga sul torrente Capodacqua (affluente sinistro del Bradano). Gli invasi e i canali avrebbero dovuto contribuire al sicuro riempimento della diga riducendo, inoltre, la vulnerabilità idraulica dei territori a valle del costone murgiano. L’ente responsabile del progetto fu il Consorzio di Bonifica Apulo Lucano. Il progetto sollevò, da subito, le proteste di alcuni Comuni e di un ampio ventaglio di realtà associative e culturali, che mettevano in discussione l’effettiva efficacia ed utilità delle scelte progettuali effettuate. I lavori furono bloccati in diversi momenti, in quanto alcuni tratti dei canali in costruzione ricadevano in aree d’ interesse archeologico (zona del Castello del Garagnone) e per presunte violazioni delle leggi per la tutela del paesaggio. Sono sorti, nel tempo, diversi contenziosi legali tra il Consorzio di Bonifica, da un lato, ed alcuni Comuni e il Ministero dell’Ambiente, dall’altro. Alcune di queste controversie sono ancora in corso. Vent’anni dopo l’avvio dei lavori queste opere risultano ancora totalmente inutilizzate e abbandonate al degrado delle intemperie, dei furti e degli atti vandalici. La diga del Capodacqua non è mai stata costruita. I canali si sono interriti e la vegetazione spontanea sta invadendo lentamente il fondo impermeabile degli invasi, che hanno dimostrato, inoltre, di intercettare una quantità minima di acqua. Le turbine eoliche non hanno prodotto un kilowattora di energia elettrica. A fronte di un notevole impatto ambientale e paesaggistico, non è stato prodotto, ad oggi, alcun beneficio per le comunità e l’agricoltura.

 

PEOPLE USING THE LANDSCAPE #3

Nella  categoria  “People using the landscape” raccoglierò i  posts  e gli articoli che parlano delle attività ricreative e sportive, svolte all’aria aperta, praticate oggi in Puglia e in Basilicata. L’approccio fotografico che ho scelto è il ritratto, per avere maggiori informazioni “visive” sul soggetto fotografato. L’idea è quella di poter costruire un “catalogo” dei diversi modi  di relazionarsi fisicamente con il paesaggio.

La mountain bike è nata negli Stati Uniti, agli inizi degli anni ’70. Il fenomeno “bicicletta da montagna” si diffuse rapidamente in tutti gli States e, più tardi, in Europa. Il primo modello italiano di mountain bike risale al 1985: la “rampichino” della ditta Cinelli. Dal 1996, il mountain biking è stato inserito tra le discipline sportive del programma olimpico. Esistono diversi modelli di mtb, progettati e realizzati per differenti tipologie di percorsi e competizioni. Molto numerose sono, anche in Italia e in Puglia, le associazioni sportive che praticano ed insegnano questo sport. Questa fotografia è stata scattata due domeniche fa, in un bosco della Murgia di Poggiorsini. L’immagine ritrae uno dei soci della “MTB GIOVINAZZO”, associazione sportiva del nord barese, impegnata da diversi anni nell’organizzazione di corsi ed escursioni mtb in tutto il Sud Italia. L’associazione, inoltre, partecipa a gare di livello regionale e nazionale.  L’incontro con questi bikers è avvenuto in maniera del tutto casuale. Passeggiavo nel bosco, con macchina fotografica e cavalletto in spalla, nel silenzio quasi totale. Ad un tratto, ho sentito delle voci e delle urla adrenaliniche provenire da non molto lontano. Dopo 5 secondi di shock iniziale, ho avvistato in lontananza una piccola bici ed un uomo in tuta colorata, che mi raggiungeva ad alta velocità. Mi sono tranquillizzato. Dopo aver visto come affrontavano le discese più ripide, ho capito perchè urlavano. E’ come quando vieni fuori dall’acqua dopo un tuffo.
Per informazioni sull’associazione MTB GIOVINAZZO:
http://www.mtbgiovinazzo.it/